mercoledì 22 ottobre 2014

Lo Hobgoblin - un dialogo

Sputò uno gnocco di catarro sulla lama della mannaia. Lo spalmò per bene con le dita sulla superficie di ferro, fino a ottenere una pellicola bruna omogenea. Sollevò l’arma davanti agli occhi, la girò da una parte e dall’altra. Un raggio di sole scintillò contro la punta di ferro. Bronko scosse la testa, amaro.
Era un pessimo momento per attaccare una carovana. Tanto per cominciare era pomeriggio pieno, e a quell’ora un hobgoblin per bene avrebbe dovuto starsene nel suo sacco, a dormire. E poi con il sole ancora alto, con tutta quella luce dritta in faccia, come poteva sperare un onesto predone di cogliere qualcuno di sorpresa?
No, no, è tutto sbagliato, non è in questo modo che si prepara un’imboscata: così rimuginava Bronko, appiattito dietro un artiglio di roccia.
«Che poi, si potrà ancora chiamare imboscata, se non c’è il bosco attorno?»
Questo lo disse ad alta voce.
Lo hobgoblin al suo fianco tese le mani, intrecciò le dita, allungò le braccia bislunghe sopra la testa. Emise un suono cavernoso che poteva suonare come uno sbadiglio. «Hai detto qualcosa?»
«Stavo ragionando», proseguì Bronko, con una certa gravità. «Il Sergente dice ‘tutti pronti per l’imboscata a mezzogiorno’. Ma tu vedi alberi attorno a te?»
L’altro hobgoblin lasciò scorrere d'intorno uno sguardo pigro. Si grattò la pancia pelosa. «Ci sono dei cespugli.»
«Sono arbusti, Strozzo», sospirò Bronko. «Semplici arbusti. Io ti parlo di alberi veri, con il tronco, e i rami, e le foglie, e tutto.»
Strozzo allungò stancamente la testa oltre lo sperone pietroso, sporgendosi un poco verso il sentiero. La luce pallida del sole riverberava fra le rocce attraverso una sottile coltre di nubi. Dalle vette, dai ghiacciai perenni, spirava il primo subdolo fiato autunnale. «Laggiù», disse Strozzo. «Quello laggiù a me sembra un albero.»
«Un albero non fa una foresta», sancì Bronko.
«Be’, no. Ma che ti aspettavi? Le Montagne di Rocciadura sono fatte così.»
«Appunto. E se non c’è il bosco, che senso ha dire ‘imboscata’?»
Un sopracciglio irsuto si inarcò sulla fronte di Strozzo. «Quindi tu come la chiameresti?»
«Incespugliata, per esempio.»
Strozzo tossì, o forse era una risata. «Perché non inarbustata, a questo punto?»
«‘Inarbustata’ non si può sentire.»
«E ‘incespugliata’ sì?»
«A me non dispiace», disse Bronko. «E non sono l’unico a pensarla così.»
Strozzo tossì di nuovo, più forte. «Quindi ci hai pure ragionato su.»
«Ne ho parlato con Blorgh il Catarroso», rispose Bronko, serio. «E ha detto che la pensa come me.»
«Questo spiega tutto.»
«Perché?»
«Blorgh è un goblin.»
«E allora?»
«I goblin sono stupidi.»
«Non è vero.»
«Sono stupidi. Lo sanno tutti.»
«Il capitano Gnuk Mangiaorsi è un goblin. Diresti che è stupido?»
«Non davanti a lui.»
«Sa contare fino a dodici. L’ho sentito io. Tu sai contare fino a dodici?»
«E questo cosa c’entra? Io mica faccio il capitano.»
«E allora?»
«Allora a me non serve contare. Io devo solo usare questa», Strozzo sollevò una scimitarra dalla lama seghettata. O almeno, Strozzo la chiamava seghettata: in effetti era solo forgiata male e usata peggio. La ruggine la divorava dall’elsa fin oltre la metà. A stento il sole trovò un punticino lucido su cui specchiarsi.
Bronko si attaccò al gomito del compagno, per poco non gli saltò addosso. «E tiella giù, cretino! Vuoi che ti vedano fino a valle?»
«E se anche fosse?», grugnì Strozzo. «Tanto da qui non passa nessuno.»
«Il Sergente ha detto che passeranno», rispose Bronko, senza troppa convinzione. Era vero, il Sergente aveva detto che la carovana sarebbe passata da quelle parti, dopo mezzogiorno. Era per questo che aveva costretto la truppa a una simile levataccia. Ma che davvero degli umani potessero spingersi tanto in alto sulle Montagne di Rocciadura, era una prospettiva che anche a Bronko suonava improbabile.
Lo hobgoblin tamburellò con le dita sull’impugnatura della mannaia. Strisciò le natiche nella polvere, sprofondando più a fondo nel suo nascondiglio. «E comunque non puoi generalizzare in questo modo. Alcuni goblin sono stupidi. Molto stupidi, te lo concedo. Ma anche certi hobgoblin lo sono.»
Strozzo rise. «I goblin sono incomparabilmente più stupidi, lo sai. È per questo che non siedono a tavola con noialtri. Non saprebbero distinguere il pranzo dalla mano del vicino.»
«Non è vero. Dipende dagli individui.»
«Sarà, ma io non farei mai cambio.»
«Cambio di cosa?»
«Di razza», sancì Strozzo. «Mi piace essere un hobgoblin.»
Bronko sgranò gli occhi. O meglio, sgranò l’unico occhio che gli era rimasto: l’altro lo aveva perduto in battaglia. Da allora faceva collezione di oggetti dalla forma analoga, e periodicamente ne infilava uno nell'orbita, come rimpiazzo. Adesso per esempio toccava a una noce secca. «Non parli sul serio.»
Strozzo sostenne lo sguardo con un sorriso beffardo. «Perché? Tu forse preferiresti essere un goblin?»
«Non è questo il punto!» Bronko sbottò. «E poi–», un’occhiataccia di Strozzo gli ricordò che aveva alzato un po’ troppo la voce. «E poi, se ci pensi bene», disse piano, «fisicamente siamo uguali. Voglio dire, che differenza c’è fra un goblin e un hobgoblin? Io non l’ho mai capito.»
«I goblin gesticolano molto di più.»
«Cosa c’entra, quello è un fatto culturale. Anche tu ti sforzeresti per farti notare, se venissi su in una famiglia con ventotto fratelli che gridano tutti insieme perché gli scappa la cacca, o hanno finito la zuppa di cervella, o non riescono a dormire perché la sorellina scoreggia troppo forte.»
«Ecco, ne hai detta un’altra: i goblin fanno un sacco di figli. Molti più degli hobgoblin.»
«Fanno figli perché non hanno altro da fare, a parte la guerra. Non conoscono il gioco della palla anafilattica, né i tarorchi. E poi, statisticamente, muoiono più giovani degli hobgoblin. Ci hai mai fatto caso? Fra umani e nani, i soldati ne ammazzano a centinaia ogni mese.»
Strozzo annuì. «Senza contare gli avventurieri.»
«Gli avventurieri sono i peggiori», disse Bronko. «Sembra che si accaniscano proprio. Che ci provino un gusto particolare. Con gli orchi almeno stanno attenti. Contro i troll ci vanno solo i veterani. Ma i goblin? Prendi l’ultimo pivello che rimbalza fuori da un villaggio di pescatori, e prova a scommettere su chi vorrà andare a saggiare il filo della sua spada nuova.»
«Gleli fanno ammazzare per fare esperienza, quei porci». Strozzo sputò a terra con disprezzo.
«Del resto, qualche volta anche i goblin se la vanno a cercare», rifletté Bronko. «Sempre a cercar rogne al confine dei villaggi. Poi non ti devi lamentare se t’inseguono fin nella foresta. Ma a parte questo», e qui Bronko sollevò l’indice, prendendo un tono un po’ didascalico, «se mettiamo da parte la tendenza a morire giovani e tutto quel che ci sta dietro, se li guardi per come sono fatti insomma, sono praticamente indistinguibili da noi.»
Strozzo fece un gesto di stanchezza e noncuranza. «Ma smettila.»
«Dico davvero. Prova a mettere di fianco un goblin e un hobgoblin, due tipi nella media intendo, con la stessa cotta di maglia e lo stesso elmo, e li tieni tutti e due fermi immobili, senza farli fiatare, senza sentire l’accento, senza guardare come mangiano la zuppa di cervella, e te li guardi bene fin che vuoi, ci giri intorno, sopra, sotto, come ti pare – ebbene, io dico che pure se ti pigli tutta la giornata, non puoi sapere qual è il goblin e quale lo hobgoblin.»
«Ascolta, Bronko». Strozzo si tirò su in piedi. «Guardami bene». Allargò le braccia, divaricò le gambe. «Dì la verità. Ti sembro un goblin?»
«Non vale. Ti conosco da quando sei piccolo. Non riesco a pensarti come goblin.»
«Se non mi conoscessi.»
«Non ci riesco.»
«Provaci.»
Bronko alzò il capo di malavoglia. Diede a Strozzo uno sguardo sfuggente, parte imbarazzato, parte infastidito. Strinse gli occhi, li protesse dalla luce con il dorso della mano. Il sole aveva cominciato a declinare a ovest, il volto di Strozzo era illuminato a mezzo. I lineamenti della metà in luce apparivano ancora più pronunciati. Lo zigomo squadrato, il naso mozzo, l’angolo della bocca ferino, da cui spuntavano un canino e un paio di premolari appuntiti. L’altra metà del volto era ombra e oscurità. Bronko tirò un lungo respiro.
«Potresti essere adottato.»
Strozzo grugnì. «Lo dici apposta per non ammettere che ho ragione.»
«Non hai ragione.»
«Ce l’ho.»
«Goblin e hobgoblin sono fisicamente identici.»
«Siamo diversissimi.»
«Tipo?»
«Tipo cosa?»
«In che modo saremmo diversi, di preciso, noi e i goblin?», insistette Bronko. «Spiegamelo, se ne sei così sicuro.»
«Ma in un sacco di cose.»
«Fammi un esempio concreto», lo sfidò Bronko. «Me ne basta uno.»
Strozzo fece un gesto di massima insofferenza. «Allora, tanto per cominciare...» Muoveva le labbra, scandiva qualche sillaba, ma la voce non usciva. «Per esempio...» Esitò ancora, e ancora. Si morse il labbro. «Senti, siamo diversi. Altrimenti, mi spieghi come mai è diverso anche il nome?»
Bronko sogghignò, mostrando la punta di un canino eccezionalmente appuntino. «Non è ovvio?» disse. «I nomi sono diversi perché le tribù sono diverse. Ma come ti dicevo prima, questo è un fatto solamente culturale». Strozzo aggrottò la fronte. Bronko lo ignorò e proseguì. «È come per gli umani, o per i nani. A noi ci sembrano tutti uguali, loro si dividono per bandiere e colori. Li tirano fuori quando si fanno la guerra, per capire chi ammazzare e chi no. Ogni tanto fanno delle alleanze, per ammazzare qualcun altro». Sollevò l’indice. «Umani contro umani». Sollevò il medio. «Nani contro nani». Sollevò le dita corrispondenti sull’altra mano, le fece combaciare con le prime due. «Nani e umani contro goblin e hobgoblin.»
«E gli elfi?»
Bronko sollevò gli occhi al cielo. «No, gli elfi no. Non si alleano con nessuno da un sacco di tempo», disse. «Gli elfi fanno schifo a tutti.»
Strozzo approvò con ampi cenni.
«La verità», concluse Bronko, «è che goblin e hobgoblin sono uguali. E il fatto che non ci facciano mangiare allo stesso tavolo, che ci tengano sempre in squadre separate, neanche fossimo nani ed elfi, secondo me è profondamente ingiusto.»
«Pensala come ti pare», sospirò Strozzo. «Solo, se fossi in te, eviterei di parlarne al Sergente.»
«E perché non dovrei?»
«Ti ricordi cos’è successo a Skolo l’Odoroso?»
«Quello che il Sergente ha impalato la settimana scorsa?»
«Lui.»
«Mi pare si fosse lamentato per la spartizione del bottino», rifletté Bronko. «Cosa c’entra coi goblin?»
«C’entra, c’entra. Ti ricordi perché si era lamentato?»
«Mi pare volesse una parte più grossa...»
«E poi?»
«Se non ricordo male, lui aveva ucciso tre guerrieri e un mago. Ma ha preso lo stesso di gente che aveva fatto fuori appena uno o due bardi.»
«Esatto.»
«Ma cosa vuol dire? È tutta un’altra storia.»
«È esattamente la stessa storia.»
«Non c’entra un accidente, Strozzo.»
«Stammi a sentire». Strozzo si grattò un grumo di cerume dall’orecchio. «Tanto per cominciare, due dei guerrieri non erano guerrieri ma ranger, che è un po’ diverso. Ed erano già feriti: Skolo si è limitato a dare il colpo di grazia». Appallottolò il grumo fra le dita. «Inoltre il mago è precipitato nel fiume, quindi non è detto che sia morto. E se anche fosse, l’uccisione non andrebbe segnata a Skolo, ma al fiume.»
«Va bene, ma ancora non vedo quale sia il punto.»
«Il punto è che non spettava a Skolo giudicare». Con un cricco, Strozzo tirò la pallina di cerume contro il compagno. «Spettava al Sergente.»
La pallina rimbalzò contro l’elmo di ferro di Bronko. Lo hobgoblin la guardò rotolare ai propri piedi. Era una gran bella pallina di cerume, doveva ammettere: densa e compatta. La pestò sotto lo stivale.
«Non capisco cosa c’entra questo col mio discorso.»
Strozzo allargò le braccia. «È così che cominciano i problemi. Oggi chiedi più bottino. Domani l’uguaglianza fra goblin e hobgoblin. Dopodomani qualcuno si metterà a questionare gli ordini del suo sergente
«A volte anche i sergenti hanno torto.»
Strozzo puntò l’indice, sogghignò: «Visto?»
«Perché, secondo te il Sergente ha sempre ragione?»
«Non dico questo. Ma è meglio fare finta che ce l’abbia. Altrimenti ognuno pretenderà di dire la sua. E sai cosa succede quando ognuno dice la sua?»
«Un dibattito?»
«Succede la fottuta anarchia, Bronko. La fottuta anarchia.»
«Che problema hai tu con l’anarchia?» grugnì Bronko. «Non siamo mica elfi, che devono sentire cosa dicono gli anziani pure per scoreggiare. Un po’ di anarchia sarebbe divertente, tanto per cambiare.»
«In anarchia i soldati pretendono di essere esploratori, gli esploratori pretendono di essere cuochi e i cuochi pretendono di essere soldati.»
«Quindi?»
«Si mangia male, in anarchia.»
«Vuoi dire che tu adesso mangi bene?»
«Meglio che se cucinassi tu, sicuro. E poi vuoi dirmelo, come pensi di farla un’imboscata, con una truppa di cuochi?»
«E tu come pensi di farla, senza il bosco?»
«Non ricominciare, Bronko.»
«Sei tu che hai ricominciato, Strozzo.»
Strozzo si alzò in piedi, torreggiando dall’alto dei suoi cinque piedi contro il sole in declino. «Vuoi litigare?»
«Stai giù.»
«Non mi dire cosa devo fare.»
«Stai giù, deficiente!»
Prima che Strozzo potesse replicare, Bronko lo afferrò per il collo della cotta di maglia, costringendolo ad abbassarsi. Strozzo si liberò con uno strattone. Con un balzo fu addosso al compagno, gli premette il ginocchio contro il petto schiacciandolo contro le rocce. Sollevò al cielo il pugno guantato di ferro, un pugno grosso come quello di un orco, e non meno pesante. Un attimo prima di abbatterlo sul grugno di Bronko, si accorse che il compagno aveva il braccio teso: indicava qualcosa alle sue spalle. Allora, ancor prima di voltarsi, udì. Ruote che cigolano, zoccoli sulla polvere, nitriti di cavalli.
La mano di Bronko raggiunse l’impugnatura della mannaia.
«Arrivano.»
...continua?

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